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Il Museo di Informatica FMACU / Quando i giornali parlano della CLAC

Il Museo di Informatica FMACU / Quando i giornali parlano della CLAC

L'IBM AS/400 registrato al n. 1215 del Catalogo del Museo

14 luglio 2020

Care Amiche e cari Amici,

oggi sul Mattino di Padova leggiamo un articolo a firma di Claudio Malfitano dal titolo Una fondazione per l'ex Macello / «Pronti a dare mezzo milione»

L'articolo riporta abbastanza fedelmente alcune informazioni che abbiamo pubblicato lo scorso 7 luglio su <http://www.clacpd.org/news/2020/un-museo-e-una-fondazione-per-il-laboratorio-culturale-dellex-macello> però si rende necessario fare alcune precisazioni.

Prima di tutto dobbiamo evidenziare con estremo disappunto e grande delusione che ad un testo sostanzialmente corretto viene associata una immagine datata e del tutto fuorviante, che non ha nulla a che vedere con il contesto: la foto dell'articolo del Mattino, infatti, testimonia un episodio di dispersione di materiale informatico che risale all'autunno 2019, che la CLAC stigmatizzò e dal quale prese subito le distanze. Lo abbiamo ricordato anche nell'articolo del 7 luglio scorso ma qualcuno evidentemente conta sul fatto che ripetere una calunnia all'infinito la faccia suonare come verità agli orecchi di chi la ascolta.

Ci fa specie e ci rattrista che anche certa stampa continui a marciare su questa falsità, ben sapendo che è tale, lasciando intendere che sia la CLAC la responsabile di quell'episodio di dispersione di materiali, proabilmente perché il degrado fa notizia, e probabilmente per compiacere il palazzo perché dire che di quell'episodio di dispersione di materiale (per fortuna di importanza minore) è responsabile la CLAC serve ad allontare l'attenzione dei lettori dalle responsabilità reali che il Comune e le varie amministrazioni comunali hanno su tutta l'area -- responsabilità come avere aperto la porta posteriore del Museo per entrare per sopralluoghi tecnici e averla lasciata spalancata fino ad oggi esponendo le macchine del Museo alla mercé di chiunque nonostante le nostre richieste di chiuderla (si veda l'esposto che abbiamo presentato alla procura), responsabilità come lasciare per anni il tetto del Museo rotto - e chi doveva ripararlo? - o come smettere deliberatamente di censire le alberature (dal 2013), per dire alcune delle cose più recenti.

La CLAC, Comunità per le Libere Attività Culturali -- abbiamo questo nome da 45 anni ma qualcuno ancora sbaglia a scriverlo -- ha animato l'area da ben più di quarant'anni, da prima di costituirsi in associazione di associazioni il 6 giugno 1975 e da prima di entrare formalmete all'ex Macello con le chiavi e una lettera del Comune (1980).

La collezione di computer del Museo Laboratorio Didattico di Storia dell'Informatica FMACU-UNESCO non è "la collezione di Francesco Piva" ma, per l'appunto, la collezione del Museo Laboratorio Didattico di Storia dell'Informatica FMACU-UNESCO: questa è la denominazione che il Club UNESCO di Padova stabilì per il Museo dal momento che esso era considerato un elemento integrante e qualificante del Laboratorio Culturale dell'ex Macello, Laboratorio che la FMACU insignì del titolo di Tesoro del Mondo durante il Convegno Mondiale svoltosi a Dakar (Senegal) nel 1991.

Chiamarla "La collezione di Francesco Piva" serve per mascherare dietro un'espressione di apparente deferenza la degradazione di quell'esperienza da esperienza nobile, alta, di una comunità di persone che aveva cura dell'area, che collaborava con la FMACU (Federazione Mondiale delle Associzioni, Centri e Club UNESCO) e con l'UNESCO ad altissimi livelli di respiro internazionale, a esperienza, quasi ad un semplice hobby, di una singola persona.

Siamo convinti che Francesco Piva non vorrebbe questo!

Il valore dell'esperienza del Museo, che è stato sì voluto fortissimamente da Francesco Piva, risiede anche nel gran numero di persone che hanno contribuito, che hanno creduto in quell'esperienza, che hanno ripulito le macchine, le hanno protette sotto i teli, le hanno catalogate e hanno catalogato i manuali.

Siamo convinti che Francesco Piva vorrebbe che la "sua" collezione fosse riconosciuta sempre nel tempo per il suo valore di patrimonio collettivo, per questo crediamo che non avrebbe mai voluto che le fosse associato il suo solo nome ma bensì che continuasse ad essere chiamato Museo Laboratorio Didattico di Storia dell'Informatica FMACU-UNESCO come lui diceva sempre, per tutto ciò che questa denominazione significava e tuttora significa.

Riguardo infine la nota sullo sgombero e il ricorso al TAR, che l'articolo riporta alla fine, ribadiamo che il Comune ha lasciato intendere che vi fosse rischio strutturale ma gli elementi che sono riportati nella perizia per sostenere questa tesi non sono idonei per dimostrarla e la confutazione dei medesimi è uno dei capisaldi del ricorso che abbiamo presentato al Tribunale Regionale.

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